Quanto paga di tasse uno psicologo?

È probabilmente una delle domande più frequenti tra i professionisti che stanno iniziando a lavorare come psicologi (ma anche di chi già lavora e vuole confrontarsi con “medie”).

“Ma quindi… quanto si paga davvero di tasse?”

La risposta più corretta è: dipende. Dipende infatti da diversi fattori:

  • regime fiscale;
  • fatturato;
  • contributi previdenziali;
  • costi professionali;
  • situazione personale.

Tuttavia esistono alcuni meccanismi di base che è importante comprendere per evitare aspettative poco realistiche o errori nella gestione economica della professione.

Il primo errore: confondere incassi e guadagno reale

Molti professionisti, soprattutto all’inizio, tendono a considerare tutto ciò che entra sul conto come “guadagno”: “…ho incassato 1000€? Allora il mio guadagno è 1000€”.

In realtà non è così.

Una parte degli incassi dovrà infatti essere destinata a:

  • tasse;
  • contributi previdenziali;
  • spese professionali;
  • costi dello studio;
  • eventuali investimenti.

Capire questa differenza è fondamentale per avere una gestione sostenibile dell’attività.

Le principali voci che incidono sul reddito dello psicologo

1. Imposte

Lo psicologo libero professionista paga imposte sulla base del regime fiscale adottato.

Nel caso del regime forfettario si applica normalmente un’imposta sostitutiva.

Nel regime ordinario, invece, il reddito viene tassato con il sistema IRPEF a scaglioni.

2. Contributi ENPAP

Gli psicologi iscritti all’Albo che esercitano la libera professione devono generalmente iscriversi all’ENPAP.

I contributi previdenziali rappresentano una componente molto importante della gestione economica dello studio.

Spesso vengono sottovalutati nei primi anni di attività.

3. Costi professionali

Anche quando si lavora in forfettario esistono comunque costi concreti che incidono sul reddito reale.

Ad esempio:

  • affitto dello studio;
  • software gestionali;
  • supervisione;
  • formazione;
  • assicurazione professionale;
  • commercialista;
  • attrezzature;
  • spese operative.

Facciamo un esempio molto semplice

Immaginiamo uno psicologo in regime forfettario che incassi 40.000 euro annui.

Per gli psicologi il coefficiente di redditività previsto nel regime forfettario è pari al 78%.

Questo significa che il reddito imponibile viene calcolato così: 40.000€ x 78% = 31200€

Il reddito imponibile sarà quindi pari a 31.200 euro.

Su questa cifra verranno poi calcolati:

  • contributi previdenziali;
  • imposta sostitutiva.

Naturalmente si tratta di un esempio semplificato.

La situazione reale può cambiare sensibilmente in base alla storia professionale, al regime fiscale applicato e ad altri elementi personali.

Quanto bisogna accantonare?

Questa è una domanda molto molto importante.

Molti professionisti scelgono di accantonare periodicamente una quota degli incassi per evitare difficoltà al momento delle scadenze fiscali. Non esiste in questo senso una percentuale valida per tutti.

Tuttavia avere una pianificazione economica chiara e calibrata sulla propria situazione specifica è fondamentale.

Perché molti psicologi si sentono “in difficoltà” anche lavorando tanto

Capita spesso di vedere colleghi con agende molto piene che però percepiscono poca serenità economica. Anche qui la spiegazione non può essere universale. Le ragioni possono essere diverse:

  • mancata pianificazione;
  • compensi troppo bassi;
  • costi elevati;
  • gestione disordinata;
  • assenza di monitoraggio economico;
  • difficoltà nel distinguere incassi e reddito reale.

Per questo motivo la sostenibilità economica dello studio non dipende solo dal numero di pazienti.

Il tema del costo della seduta

Molti psicologi vivono con difficoltà il tema economico, sentendosi quasi in “difetto” nel farsi pagare e, ancora prima, avendo non poche difficoltà nel decidere quanto farsi pagare. Ricordiamo tuttavia che il costo della seduta non riguarda soltanto “quanto si guadagna”.

Dentro quel compenso è importante contemplare lo spazio di diverse voci:

  • tasse;
  • contributi;
  • costi dello studio;
  • formazione continua;
  • supervisione;
  • tempo dedicato alla gestione burocratica;
  • sostenibilità personale e professionale.

Avere consapevolezza di questi aspetti è importante per costruire una professione sostenibile nel tempo, avendo individuato il compenso corretto per la propria realtà.

Quanto conta l’organizzazione

Qui la risposta è molto semplice: parecchio. Molti professionisti infatti scoprono – in genere non subito – che una buona organizzazione economica può ridurre enormemente il carico mentale.

Ad esempio:

  • monitorare entrate e uscite;
  • tenere sotto controllo il fatturato;
  • pianificare gli accantonamenti;
  • avere una situazione chiara;
  • collaborare facilmente con il commercialista.

Sono aspetti che spesso incidono molto più di quanto si immagini sul benessere professionale.

Conclusioni

La domanda “quanto paga di tasse uno psicologo?” non ha una risposta uguale per tutti.

Tuttavia comprendere i meccanismi di base della fiscalità professionale è fondamentale per lavorare con maggiore serenità.

Sapere che il fatturato non coincide con il guadagno reale, pianificare gli accantonamenti e avere una gestione organizzata dello studio può fare una grande differenza nella sostenibilità della professione.


Le informazioni presenti in questo articolo hanno carattere divulgativo e non sostituiscono il parere di un professionista incaricato di valutare la singola situazione fiscale e previdenziale.

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